La rivoluzione di Giotto

Guardando le opere di Giotto è difficile immaginare che, a suo tempo, sia stato un artista rivoluzionario in grado di cambiare il corso della storia dell’arte; alcune ambientazioni architettoniche ci fanno sorridere insieme alla rigidità dei volti severi di Gesù bambino, ma la sua capacità innovativa risiede in altro.

Per comprendere i motivi dell’eccezionalità di Giotto, dobbiamo cercare di osservare quello che succedeva, a livello artistico, nel suo contemporaneo; a questo proposito gli storici dell’arte amano intavolare un confronto tra due Croci Dipinte e, da storica dell’arte, non posso esimermi dal farlo.

A sinistra la Croce dipinta di Cimabue, maestro di Giotto, che risale al 1280 circa; a destra la Croce dipinta di Giotto, databile tra il 1296 e il 1300 circa.

Cimabue, Croce dipinta

Cimabue, Croce dipinta, 1280 circa, tempera su tavola, 448 x 390cm, Museo dell’opera di Santa Croce, Firenze.

Giotto, Croce dipinta

Giotto, Croce dipinta, 1296-1300 circa, tempera su tavola, 578 x 406 cm, Santa Maria Novella, Firenze

Una premessa: per il giusto approccio all’arte è necessario abbandonare l’idea che in un dato periodo storico (Medioevo, tarda antichità, ecc) gli artisti non fossero capaci di dipingere in modo fedele la realtà. Le distorsioni (proporzioni non naturalistiche, volti sempre identici, pose rigide, volumetrie esili) sono funzionali al ruolo dell’arte in quel determinato periodo, educativo o simbolico che fosse.

Questa premessa, quindi, serve ad allontanare l’idea che Giotto fosse solamente più abile di Cimabue. Giotto ha volontariamente optato per una soluzione figurativa che abbracciasse la natura, staccandosi dai modelli figurativi del suo presente.

Cimabue, infatti, ha dipinto quello che viene chiamato un Cristo patiens, un Cristo sofferente, con la schiena arcuata di dolore e una generale tensione delle membra; il nostro Cenni (vero nome di Cimabue) ha riprodotto – abilmente – un tipo figurativo, un modello che tutti i suoi contemporanei conoscevano e comprendevano benissimo.

Giotto, invece, si discosta da questo modello e raffigura un corpo sofferente, non l’idea di un corpo sofferente. Il bacino di Cristo è reclinato all’indietro, la testa è abbandonata mollemente a se stessa e al suo peso, mentre una ciocca di capelli scivola in avanti. Cristo è esangue.

Giotto riporta la naturalezza (e la natura) all’interno dell’arte, staccandosi progressivamente da modelli preconfezionati per comunicare con maggiore immediatezza un messaggio con il suo stile; è l’inizio embrionale di una nuova era della storia dell’arte.Guardando le opere di Giotto è difficile immaginare che, a suo tempo, sia stato un artista rivoluzionario in grado di cambiare il corso della storia dell’arte; alcune ambientazioni architettoniche ci fanno sorridere insieme alla rigidità dei volti severi di Gesù bambino, ma la sua capacità innovativa risiede in altro.

Per comprendere i motivi dell’eccezionalità di Giotto, dobbiamo cercare di osservare quello che succedeva, a livello artistico, nel suo contemporaneo; a questo proposito gli storici dell’arte amano intavolare un confronto tra due Croci Dipinte e, da storica dell’arte, non posso esimermi dal farlo.

A sinistra la Croce dipinta di Cimabue, maestro di Giotto, che risale al 1280 circa; a destra la Croce dipinta di Giotto, databile tra il 1296 e il 1300 circa.

Cimabue, Croce dipinta

Cimabue, Croce dipinta, 1280 circa, tempera su tavola, 448 x 390cm, Museo dell’opera di Santa Croce, Firenze.

Giotto, Croce dipinta

Giotto, Croce dipinta, 1296-1300 circa, tempera su tavola, 578 x 406 cm, Santa Maria Novella, Firenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una premessa: per il giusto approccio all’arte è necessario abbandonare l’idea che in un dato periodo storico (Medioevo, tarda antichità, ecc) gli artisti non fossero capaci di dipingere in modo fedele la realtà. Le distorsioni (proporzioni non naturalistiche, volti sempre identici, pose rigide, volumetrie esili) sono funzionali al ruolo dell’arte in quel determinato periodo, educativo o simbolico che fosse.

Questa premessa, quindi, serve ad allontanare l’idea che Giotto fosse solamente più abile di Cimabue. Giotto ha volontariamente optato per una soluzione figurativa che abbracciasse la natura, staccandosi dai modelli figurativi del suo presente.

Cimabue, infatti, ha dipinto quello che viene chiamato un Cristo patiens, un Cristo sofferente, con la schiena arcuata di dolore e una generale tensione delle membra; il nostro Cenni (vero nome di Cimabue) ha riprodotto – abilmente – un tipo figurativo, un modello che tutti i suoi contemporanei conoscevano e comprendevano benissimo.

Giotto, invece, si discosta da questo modello e raffigura un corpo sofferente, non l’idea di un corpo sofferente. Il bacino di Cristo è reclinato all’indietro, la testa è abbandonata mollemente a se stessa e al suo peso, mentre una ciocca di capelli scivola in avanti. Cristo è esangue.

Giotto riporta la naturalezza (e la natura) all’interno dell’arte, staccandosi progressivamente da modelli preconfezionati per comunicare con maggiore immediatezza un messaggio con il suo stile; è l’inizio embrionale di una nuova era della storia dell’arte.

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2 Comments

  1. Sempre articoli interessanti, che si leggono d’un fiato. Per me, che sono digiuna di arte e tuttavia la amo, la ricerco, ma non la comprendo, è una illuminazione, è comprendere

  2. Pingback: Chagall e l'Albero della Vita: le vetrate di Sarrebourg | Rubrica di Arte

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